domenica 15 aprile 2012

«È una storia sai

Pubblicato da Karen Broz a 18:40 0 commenti
 vera (magari!) più che mai»

Non nego che a volte mi piacerebbe che le cose succedessero da sole, come nei film. O meglio, nei musical.
Quando si è innamorati, nei musical, ogni persona nel raggio di 300 metri si adopera per aiutarti, ballando e cantando, facendo sparire la folla, avvicinandoti al tuo amore segreto.
Sarebbe fantastico se James fosse interessato a me, i suoi colleghi lo sapessero e tutti organizzassero un canto/balletto/dichiarazione perchè io possa venire a conoscenza dei suoi sentimenti.
La scena sarebbe più o meno così.

Io, che, concentrata, scrivo, sorseggiando un cappuccino. Poi d'un tratto, la musica sfuma, ma io, nella mia concentratezza non me ne accorgo.
Piano piano, acapella, una voce intona un "uuuuhhhhh" a cui si aggiungono una seconda, una terza. Io alzo lo sguaro e vedo i clienti del locale girati verso di me, che, sorridendo, continuano il loro coro.

«Imagine me and you, I do» Mentre non capisco cosa stia succedendo, da dietro il bar appare James, che canta, con una voce possibile solo nei musical (perchè il resto è assolutamente realistico), una versione acustica, lenta e dolce... «I think about you day and night, it's only right». Io mi guardo intorno, cercando di capire a chi sia rivolto il tutto (sì, per essere la protagonista di un musical è essenziale essere altamente ritardati e credere che il protagonista sia qualcun'altro). «to think about the girl you love and hold her tight, so happy together».

Al momento del ritornello è ormai di fronte a me e dall'alto del suo metro e chissenefrega mi guarda nell'anima.  Poi un sorriso imbarazzato. Un bel respiro, e «I can't see me loving nobody but you for all my life. When you're with me baby the skies will be blue for all my life!». Io non so trattenere l'imbarazzo. «Me and you and you and me, no matter how they toss the dice it has to be». E senza nemmeno accorgermene, le mie corde vocali, calde dalla nascita (essendo un musical) si aprono e mi congiungo in un duetto «The only one for me is you and you for me, so happy together»

Poi, il gran finale. Mi fa scendere dallo sgabello più scomodo su cui abbia mai posato le chiappe, e lasciamo l'arduo compito di friguelli al resto del coro che con un "pa pa pa pa parapapa pa pa pa pa pa pa paaaa" continua la canzone.

James mi cinge un fianco, mi sollevo sulle punte, e un'aura paradisiaca fa da unico sfondo al nostro bacio. Un fermo immagine cambia i nostri vestiti ordinari i abiti nuziali, e le nostre figure si squadrano, fino a diventare la vetrata di una cattedrale.

15.aprile.2012

sabato 14 aprile 2012

«A James dedico quest'ode dal tono lontano

Pubblicato da Karen Broz a 22:32 0 commenti


 grazie a Dio non capisce una cippa d'italiano»


Sapevo che a lungo non avresti resistito
al fascino mio che meco trasporto,
il rosso ha avuto l'effetto sortito,
accesolo ho di fuoco che chè non paia smorto.
Il sorriso mio bianco senza controllo è partito
mostrando che nessuno dei miei denti è storto.
Frangiatami la fronte con elettriche lame
accesi il mio sguardo di romantica fame.

Dal canto tuo dovresti evitare
di stamparti sul viso cotanta bellezza,
un sacchetto in testa dovresti portare
permettendomi di compiere questa prodezza
che è ogni tuo lineamento elogiare
sfruttando della perfezione la tua ricchezza.
Distraggomi in fretta perdendo il discorso..
sul tuo orecchio ci starebbe bene un mio morso.

Quando fuori dal vetro rimiro
e perdomi in pensieri tutt'altro che casti,
mi sveglio e di scatto veloce mi giro
e sgamoti mentre il mio ego guardasti.
Seduta qui resto con pretesto il papiro
purchè di pelle mi consumi gli strati rimasti.
Vedoti attento con il computerino
ma sempre scorgo il tuo lesto sguardino.

Non ci sono parole per tutti quei denti
che fiero esponi ad ogni sorriso,
ammali incosciente tutti i clienti
abbagliando radioso l'altrui viso.
Daresti sollievo anche ai penitenti,
peccatori convinti tu sia il paradiso.
Usa le mie mance in modo ideale
per mantere il biancore del tuo cavo orale.

Passano i secondi, i minuti, le ore
e ancora continuo a far andare la penna,
ma più rapido di lei batte il mio cuore
e quando mi parli la voce tentenna.
Male controllo il mio facciale rossore
per essere più chiara mi manca l'antenna.
Mi fissi di nuovo e voglio morire,
dopo quattro ore, mi sa, che è tempo di uscire.

14.aprile.2012

«Le porte di Parigi a Parma?

Pubblicato da Karen Broz a 21:12 2 commenti
 spero di non subire la punizione del karma»


Vi capita, a volte, di fare delle figure in grado di toccare massimi picchi a livello d'imbarazzo?
Io di solito ci riesco senza impegnarmi più di tanto. La mia goffaggine e la mia scarsa coordinazione nel camminare non mi rendono il compito troppo difficile. Ci sono giorni, però, in cui nemmeno la mia naturale predisposizione alla figura di merda è in grado di soddisfare i miei appetiti. Sento proprio la necessità di lanciarmi in qualche impresa cazzara che poi so, ricorderò per il resto della mia vita. Appena mi si presenta l'occasione, cerco di non farmela scappare.
È strano il cervello umano, ti fa mettere in gioco la dignità solamente quando sai per certo che non hai nulla da perdere. Vedi un bel ragazzo e muori dalla voglia di parlarci? Tranquilla che tanto non ti muoverai di un passo verso di lui. Hai voglia di farti due risate e prendere in giro uno sconosciuto? Eccoti già all'attacco con un repertorio di battute idiote da far impallidire Austin Powers.

Non parliamo poi di quando si mescolano gin lemon, mistela, vecchie amiche e un volo alle spalle. Il cocktail perfetto per un troll con i fiocchi.
Non intendo dilungarmi sulla spiegazione del significato dell'aneddoto che vado a descrivere, basti sapere che è correlato con Notre Dame de Paris di Cocciante. Gli adepti capiranno, gli altri, che si documentino.

Mi trovavo con Selene, Carlotta e altra gente del posto (Parma) in un locale che era un'antica stazione dei treni (o che pe solo conciata come tale, non mi ricordo. Bella, ma chissene), dove per nostra fortuna era appena finito il concerto di Caparezza. Si vedeva ogni tanto questo ammasso informe di capelli deambulare a ritmo di millepiedi storpio, sempre assediato da fan e non fan per foto e autografi. Noi ci siamo ritrovate al punto di esclamare «Guarda! Caparezza!» e prendere la via opposta, per evitare la plebaglia che lo assaltava (e che puntualmente ci ostruiva il passaggio).
Dopo la prematura partenza  di Selene, il degenero certo non aveva le ganasce. Non ricordo tutto alla perfezione, so che a un certo punto ero in pista a mandare sms e un tizio strano si era appostato dietro di me a leggerli. Ma questa è un'altra storia.

A un tratto addocchiamo un ragazzo. Abbastanza alto, capelli ricci, neri, lunghi. Aveva un'aria di già visto. Probabilmente era la foga della serata, il weekend che aveva un unico tema, o semplicemente la somiglianza c'era e basta.
«GRINGOIRE!!!». Ammetto di non sapere chi tra me e Carlotta lo aveva notato per prima. Ma che importa? C'era un tipo ubriaco come una spugna che sembrava fosse un membro del cast in pausa sbornia.

Ormai l'ora era tarda, e ci aspettavano per tornare a casa, ma c'era un desiderio che sentivo di dover soddisfare. Era un prurito interno che sapevo mi avrebbe consumato le viscere. Dovevo fare qualcosa. Mi voltai verso Carlotta, le afferrai le braccia «Aspettami qui. Glielo devo chiedere!» e la sua aria preoccupata mi rassicurò, ma quella sensazione si frantumò nel giro di un secondo, nell'attimo in cui esplose in una risata grassa che non era in grado di contenere. E qui, si separarono le nostre vie.
Ciò che vide lei, io posso solo immaginarlo, ma visto che dalla sua posizione poteva vedere solo i riccioli corvini del faux Gringoire, lo spettacolo se lo è persa lei.

Mi diressi fiera e sicura di me verso il giovine che mi dava le spalle. Gli toccai la schiena per chiamarlo, e al vedermi esultò e mi accolse nella sua cerchia come una vecchia amica (Ho dimenticato di menzionare il beota che leggeva i miei sms era proprio lui!).

«Ma, sei ancora qui?» (sembra un tono scazzato, ma no, era sorpreso e felice) sbiascicò tra un grugnito e l'altro (ho molta stima degli uomini ubriachi).
«Sì sì» le parole ormai le sbrodolavo (sì, ho stima anche delle donne ubriache, specialmente di me stessa). «Ti devo chiedere una cosa importantissima!» Gli dissi, alzando la voe, e con l'espressione facciale di chi sta per comunicare il proprio fidanzamento ai gentiori (suppongo).
Mi guardò attraverso i ricciolotti imburrati di gel, si mise in posizione di ricezione delle news e sorrise «Dimmi!!»
«Ma.. LE PORTE DI PARIGI??» Con la coda dell'occhio vidi Carlotta, impegnata in un contorsionismo del tutto femminile, in cui si incrociano le gambe per non farsela addosso e ci si abbraccia la pancia. Moriva dal ridere. Il Gringoire di turno mi fissava ridendo (per l'alcool, perchè chiaramente non aveva capito cosa gli avessi chiesto). Io mi girai leggermente per ridere, poi mi ricomposi. Una strana abilità quella di smettere di ridere a comando, mi ha salvata durante gli anni del liceo. «Dico.. le porte di Parigi... dove sono??»
Mi fissò, ancora, inebetito. Poi, esplose. Spalancò le braccia ( e le gambe, stile "lanciati che ti prendo") e con un sorriso da un migliaio di carati mi urlò «SONO QUI!!!!» e aggiunse in pieno stile Carrà «LE PORTRE DI PARIGI...SONO QUI!!!»
«Oh mio Dio!» l'estasi della recitazione aveva preso il sopravvento ormai «Mi stai dicendo che sono arrivata?»
«Sì!! Andiamo!»
Ripresi il controllo di me stessa, e, soddisfatta, gli diedi un'altra pacca sulla spalla. Con fare amichevole aggiunsi «Un'altra volta. Ciao!» E così, saltellai sui tacchi ridendo come un'idiota patentata verso Carlotta, che si trovava nelle stessa posizione in cui l'avevo lasciata.

Mi ripeteva che non ce la faceva più dal ridere, ma io, tutt'oggi, insisto, che se invece della mia faccia avesse visto la sua, non si sarebbe rialzata dal pavimento.


Dall'anno scorso non ho più inveito sui poveri sconosciuti ubriachi, e l'ilarità che provoca il farlo mi manca. Quindi ricordo a Carlotta che mancano cinque giorni al suo arrivo e la avviso che dal momento che in programma non c'è una serata di gala come a Parma, sarà un interno fine settimana cazzaro.


14.aprile.2012

venerdì 13 aprile 2012

«Gira e rigira la storia è sempre uguale

Pubblicato da Karen Broz a 13:28 0 commenti

 credo di non essere cresciuta del tutto normale»

Ormai è una teoria che mi porto avanti da un po' di tempo. Sono "felicemente" single da tipo..sempre. Difatti le storie che ho avuto non si possono proprio definire storie (basti pensare che non si è mai addormentato nessuno al mio fianco. Oh beh. Pablo. Ma lui conta anche meno di tutti gli altri).
È abbastanza triste rendersi conto che a 23 anni non c'è mai stata una persona davvero importante. Forse una c'è stata, ma credo di essermi arrovellata il cervello anche troppo sulla situazione, quindi la privo di ogni significato io le abbia mai dato e cerco di riprenermi un po' di dignità (per quella che mi rimane).

Mi sono resa conto di avere persone intorno che non sapevo fossero così vicine a me. Persone ormai perse, che invece mi conoscono motlo meglio di quanto io conosca loro (e sì che mi vanto di avere naso con la gente, di saperla capire e di conoscerla a fondo. Che idiota).
Questo è un messaggo che mi è arrivato l'altro giorno.

«Ti ho sempre vista come una ragazza un po' infelice, un po' insicura ma che nonostante questo cerca in tutti i modi di ritagliarsi ed esigere il suo posto. I modi sono spesso scenici e bizzarri, ma originali. Ti ho vista quando avevi poche amiche, e quando quelle che credevi vere non lo erano così tanto, ti ho vista riempirti di stupidate affossando un vuoto nel comprare cose futili. Ti ho vista intraprendere storie fallimentari... ma nonostante tutto sempre con la forza di andare avanti in un modo o nell'altro»

C'è da dire che queste cose non le ho notate nemmeno io. È difficile ascoltarle quando arrivano da altre persone. Sono rimasta stupita dalla sincerità del tutto, dal modo diretto in cui, qualcuno che ormai pensavo non sapesse più nulla di me, mi ha dimostrato che nonostante il mio stupido comportamento infantile, ha sempre avuto un occhio vigile su di me.

Prima di leggere queste parole non mi ero mai accorta di quale fosse il mio problema (e qui torno alla teoria).
A livello sentimentale non sono mai cresciuta. E come avrei potuto? Sono passata dall'amore bello e fresco che sognamo da ragazzine a una disillusione assoluta, perchè niente sarà mai all'altezza delle mie aspettative.
Odio che facciano giochetti con me, mi piacciono le cose dirette, ottimizzare il tempo, e poi sono la prima che gira e rigira intorno a storie inutili.

Mi innamoro dell'impossibile e odio lo scontato, non ci sono parole per dire quanto detesti questo lato di me.
Vorrei semplicemente essere capace di essere onesta, sorridere di più, esigere meno e lasciare che la felicità mi trovi, senza stare sulle ucce nell'attesa.


PS:Un grazie sincero a chi mi ha inviato quel messaggio. Mi ha aperto il cuore, e soprattutto gli occhi.

13.aprile.2012

«Sam papavero e Frodo giglio

Pubblicato da Karen Broz a 00:06 0 commenti

ecco il rapporto madre-figlio»

Riporto qui una piccola riflessione avvenuta ieri, parlando con Giada, riguardo la presunta omosessualità di Frodo Baggins e Samwise Gamgee.

«Frodo è troppo cagacazzo per essere gay. È decisamente etero. È egocentrico. Ha troppe caratteristiche dell'uomo macho per essere gay.
È un egomaniaco come pochi.. un omuncolo che pensa di potre fare quello che un intero concilio di razze miste sa di non poter fare.
Che poi ci riesca perchè non è corrotto (e anche lì, molti dubbi) è un'altra storia. Ma si ritiene abbastanza importante da compiere una missione pressochè impossibile. Lui, che non ha mai fatto altro in vita sua se non mordicchiare spighe di grano mentre Sam gli rammenda i calzini.
Ecco, direi che Frodo e Sam hanno un rapporto madre-figlio. Insomma, Frodo non sa nemmeno prepararsi una zuppa di patate.
Quando prima dicevo macho, non intendevo fisicamente, intendevo che a livello di personalità è uguale ai machomen  che conosciamo tutti. Grandissimo ego, pochissima voglia di fare. È ETERO.»


13.aprile.2012

giovedì 12 aprile 2012

«#2 Idiosincrasie e convivenza:

Pubblicato da Karen Broz a 23:39 1 commenti

perchè purtroppo non possiamo farne senza»

Buffy aveva capito tutto della sua compagna di stanza.
Meglio non averla.

Un lato negativo (beh sempre uno dei tanti) della convivenza tra giovani colombe, è che nove volte su dieci non si ha nulla in comune. Certo ci sono le eccezioni, ma sono, appunto, eccezioni.
La mia pluriennale (seh) esperienza mi ha insegnato che per quanto tu possa impegnarti nel trovare coinquilini che soddisfino almeno alcune delle tue esigenze, il risultato sarà sempre lo stesso. Te te ciavit e te tasi.
È assolutamente impossibile trovare persone con cui dividere la casa che rispecchino i propri ideali.

Principalmente questo succede perchè nessuno lo vuole fare. Siamo irrimediabilmente costretti a smezzare la nostra privacy con degli sconosciuti per poter sopravvivere almeno per i primi anni lontani da mamma e papà e poterci in ogni caso permettere di vivere un'esistenza quantomeno dignitosa.
Nessun'essere cosciente della propria individualità accetterebbe mai (con condizioni economiche ottime) di andarsene in cerca di sconosciuti con cui passare i momenti più intimi e sacrosanti della sue giornate. Se lo facesse per sua volontà, sarebbe un vero mona.

Personalmente, io che possiedo un egoismo spropositato e un amore indefinibile per i miei beni materiali, lo trovo deletereo.
In più ci si aggiunge la componente amichevole. In questi due anni non sono mai stata amica delle mie coinquiline. Per quello che dicevo prima. Gli interessi comuni sono talmente pochi che le conversazioni sfumano sempre su argomenti che per antonomasia definiscono i rapporti noiosi tra le persone: il tempo (che Dio ci aiuti) e la politica (che Dio MI aiuti). Quando due persone parlano pressochè sempre di queste due grandi bestie della comunicazione, l'interesse per le reciproche vite è praticamente nullo. È inutile cercare di nascondersi, qui la verità è lampante.

Ci sono però casi in cui tra una chiacchiera e l'altra arrivano le prevedibili lamentele riguardo al rispettivo compagno (non da parte mia, io mi limito a lamentarmi riguardo a quanto mi è difficile trovarne uno). Quindi, non avendo io un Lui specifico di cui rognarmi, ecco che la conversazione, ancora una volta, torna ad essere unilaterale. Con qualcuno che sproloquia sermoni sentimentali e baggianate amorose che troppo spesso mi causano tanto latte alle ginocchia che se non le mungo esplodono, e io che annuisco, ascolto e sparo a raffica i miei "Ma va????"

Non c'è niente da fare. Continuo con la mia convinzione che per vivere insieme bisogna conoscersi da tempo prima. Insomma, tra sconosciuti le prime impressioni sono importantissime (anche se spesso nel bene e nel male vengono sfatate). Se infatti si convive con amici di vecchia data, le abitudini casalinghe vengono sopportate, perchè ci si vuole bene.
Con gli sconosciuti no. Sei praticamente un estraneo in casa mia (all'inizio), non ti voglio bene per niente, quindi le tue manie fastidiose mi irritano, e se per di più non abbiamo nulla in comune, non ci sarà mai la possibilità di diventare amici e di sopportarti.
Sono affezionata alle mie idiosincrasie. E tranquillo che se non siamo amici, di certo ne fai parte.

Se vivo con qualcuno che sembra simpatico e pulito a prima vista (una persona normale diciamo), ma dopo un paio di settimane mi accorgo che invece che lavare i piatti li lascia marinare sul gas per giorni in attesa di una miracolosa sparizione del lercio e del muschio che ormai si è formato sopra, sotto e tutto intorno alla padella, io mi incazzo.
Se vivo con qualcuno che rovescia la cera delle candele sul tavolo del salotto e finge di aver dato una nuova espressione artistica al suo io interiore e si rifiuta di pulire, o, forse, non sa come fare, io mi incazzo.
Ma non con loro, con me stessa, perchè nonostante sappia perfettamente come sono fatta e che per me la tolleranza è solo quella alimentare, mi invischio in queste avventure da cui però non posso scappare. Poi però mi ricordo che non posso incolparmi, perchè come ho detto è una necessità.
L'alternativa è vivere in beata solitudine.
Sotto un ponte.

12.aprile.2012

«Il tempo ti frega giorno dopo giorno

Pubblicato da Karen Broz a 20:26 0 commenti
non importa cosa tu abbia intorno»


Figurati se il primo giorno in cui mi metto i sandali non decide di scendere un diluvio che a Noè ha solo da fare invidia. "Aprile non ti scoprire", non pensavo valesse anche per i piedi.
Già le ballerine sono un po' scoperte, e con la pioggia non sono il massimo, se pensiamo ai sandali, che è praticamente come andare in giro scalzi con dei tacchi sotto i piedi, è meglio abbracciare un rosario e sperare che il Signore e i Santi tutti ti assistano.

Che poi non è solo l'acqua. È anche il freddo. Quella senszione di ustioni da ghiaccio che si impossessa di ogni dito del piede e che ti fa seriamente pensare di dover amputare tutto (o che almeno te lo fa desiderare, giusto per smettere di sentire dolore). Un alone di immobilità che ti pervade dalle caviglie in giù. Roba da assideramento stile Titanic.

Ma perchè dobbiamo soffrire queste pene? Perchè non lasciarci trasportare da calde scarpe da ginnastica, da stivali senza tacco che ci avvolgono il piede (grazie anche a quei calzini che d'inverno faccciamo finta non di non avere, giusto perchè la sola idea è stilisticamente inaccettabile)?
Semplice. Perchè noi povere nane da giardino non ci possiamo permettere di essere sempre accompagnate da ballerine e scarpe piane. L'impressione è quella di di avere mezzo corpo tagliato in punti tutt'altro che strategici. 

E la verità è che lo specchio di casa è un abile bugiardo. Ci guardiamo e ci dice che siamo assolutamente gnocce così. Falso. "Vai pure!" Sembra darci l'ok. E noi? Piccoli disastri della moda e della comodità, prendiamo la borsa e bum! Fuori.
È quando siamo per strada che iniziamo a svelare il suo inganno. Dalle vetrine dei negozi (dove fingiamo di guardare i vestiti, ma in realtà diamo un piccolo check a capelli e outfit) ci giungono immagini orripilanti che fatichiamo a identificare come il nostro riflesso.
"Ma io non ero così quando sono uscita!". Ed eccola lì. La nanerottola con le caviglie tagliate, il culo di Platinette e due spalle da nuotatore. Sei un armadio e non lo sapevi.


Ecco perchè con l'arrivo della primavera, i primi caldi, il primo sole, per smettere di indossare quell'unico paio di stivali decenti che abbiamo, ci facciamo coraggio e prendiamo i sandali.
Quello che non impareremo mai, è che il tempo è tanto bastardo quanto il nostro specchio. Ci grida "Hay 27 grados guapa! Ponte sandalias!". Fanculo anche a lui. Ti dá giusto il tempo di sederti in un bar e nel giro di cinque minuti le vie della città possono fare concorrenza ai canali di Venezia. 
E tu? Rinchiusa in quel locale per ore, dove volevi solo bere un caffè, a fare la figura di quella che non ha di meglio da fare nella vita se non passare i pomeriggi al bar da sola.

Per fortuna  mi sono portata da scrivere.

12.aprile.2012

«#1 Convivenza in appartamento privato

Pubblicato da Karen Broz a 14:36 1 commenti
 ma a farti i cazzi tuoi ci hai mai provato?»

Se c'è una cosa che mi fa andare in fumo il cervello è tutta la gente che con una nonchalance presa da un romanzo di Laclos si fa amabilmente i fatti tuoi.
Prime tra tutte le creature che ti vedono vestita e in pigiama, ogni santo giorno per un periodo minimo di un anno. I coinquilini. Nel mio caso le coinquiline.
Seri problemi non ce ne sono, sono brave persone e andiamo d'accordo, ma la convivenza tra persone che conosci solo tramite la suddetta convivenza, è molto, molto difficile. Soprattutto per me, che le mie cose sono mie, mi piace fare le cose a modo mio e come le fai tu non va mai bene. Sì, sono intollerante, lo so, ma ognuno ha i suoi difetti, e il non farsi i cazzi propri è uno di quelli che noto sempre più spesso e che non riesco proprio a mandar giù.
Se non vai a lezione esordiscono con un inaspettato "Ma non sei andata a lezione nemmeno oggi?", il tutto sottolineato da un tono che manco fossi mia mamma, che le sue ragioni per sapermi a lezioni le ha.
Ti prepari la colazione ed è subito "Ma mangi tutta quella roba lì?". No, ho preparato la colazione anche per i sette nani. Ma porca miseria, ma che ti frega di quanto e di cosa mangio, mi domando io.
Un bel pomeriggio d'inverno, la voglia di studiare rasenta i minimi storici e fuori il tempo è talmente tiranno che non pensi nemmeno di far fare capolino alle manine per ritirare i panni stesi, così ti destreggi in cucina tra ciotole, mestoli e ingredienti per preparare una torta (come sempre ipercalorica, giusto per aiutare il corpo a scaldarsi fornendolo di comodi e morbidi rotolini adiposi). Ed ecco che dal selvaggio corridoio (per altro lunghissimo e inutile) sbuca quella testolina che quando spegne il cervello è anche sopportabile, e sgranando gli occhi come avesse di fronte l'orrore deglil orrori del nostro millennio ti vomita un "No" con tante piccole O al suo seguito, e che sembra andare in slow motion (come nei film, nel momento tragico). "Cosa prepari?" Una torta. "Nooo, ma cosa prepari? Io non la posso mangiare! Ingrassa. E ingrassi" Ma senti mia bella gallina coccodè che i cazzi tuoi non te li fai nemmeno se te li leghi addosso con lo spago, io preparo la mia torta e tu mangia pure le tue cime di rapa se ti va. Solo perchè cucino qualcosa non significa che tu lo debba mangiare. Anzi, quasi quasi te lo proibisco direttamente io. Potrei fare un cartello grande da attaccare sul frigo con scritto a lettere cubitali "TU NON PUOI MANGIARE", con un piccolo disegno di Gandalf accanto, mentre brandisce un frustino gigante al posto del bastone.

Io e il mio Autumn (il computer fisso) non possiamo farci lunghe passeggiate verso Starbucks, o andare a condividere le nostre vite al parco, siamo relegati in questo buco di appartamento. O meglio. Siamo relegati in questo buchissimo di camera. Quindi, se io ho voglia (e ne ho) di uscire da questi tre metri per due, e starmene in salotto lo posso fare, dato che comunque pago anche io l'affitto. Quindi se mi vedi sul divano a guardarmi Game of Thrones o a leggere Hunger Games o fare la cippa che mi pare a me, non entrare, sgranare come sempre gli occhi, e chiedermi "Ma ti sei TRASFERITA qua??? Perchè??" Perchè come sempre mi va di farlo. Se vuoi stare anche tu con il tuo pc in salotto fai pure, è una zona comune. Ma in questa casa pare che la vita si svolga nelle rispettive camere, e che se si usano le sale comuni sia obbligatorio farlo uno per volta. Io capisco il bagno, anche se sinceramente se io mi sto facendo la doccia (e ho il diritto di prendermi tutto il tempo che voglio) e tu devi fare pipì, per quanto mi possa fregare puoi entrare, siamo tutte donne e non ho niente che non abbia anche tu.

Quindi, io chiedo agli dei della Convivenza di darmi la forza di resistere a questo supplizio ancora qualche mese e dal momento che non mi hanno mai insegnato la loro arte, di lasciarmi perdere, che tanto io di convivere non sono capace.

12.aprile.2012

mercoledì 11 aprile 2012

«Tra un cappuccino e una risata nascosta

Pubblicato da Karen Broz a 22:16 0 commenti
ti lascio la mancia che poco mi costa»


Sono nuovamente passati tre mesi dall'ultimo post.  Ma cosa cavolo è successo? Una volta non passavano due giorni senza che scribacchiassi qualcosa, su blog vecchi,morti e abbandonati. Ora qui si accumulano giornate e nottate senza che venga inciso nulla. Da nessuna parte.
Odio pensare che tutto sfugga. Per questo annoto sempre eventi ed emozioni. Con parole o fotografie. Voglio ricordare com'ero e cosa provavo.
Per questo ho le mie belle Moleskine con i miei stati di facebook. Perchè so che quando non ho voglia, tempo o ispirazione per buttare giù più di un paio di frasi, i miei ricordi sono immagazzinati sul mio muro.
Ho avuto l'idea del diario molto prima del caro Zucky. Ed essendo scritto a mano è anche più prezioso.

Ho passato il pomeriggio leggendo la Littizzetto dal mio cellulare, seduta su uno sgabello scomodissimo bevendo due cappuccini.
Cosa non si sopporta per avere una bella vista quando si alzano gli occhi dalla lettura.

Si chiama Christian. Erika sostiene sia gay. Io non credo. Non che io abbia un radar per gay, ma lei nemmeno, quindi ogni possibilità è buona. Ma io dico di no. Anche perchè è nel mio interesse che non lo sia. Anche il non avere una ragazza mi farebbe comodo. Mica come Jose Luis. Un anno e mezzo passato alla Fnac per un secondo motivo, oltre al volerci vivere dentro, per poi scoprire che tutto il mio imbarazzo nel parlarci era assolutamente inutile, visto che ha il cuore impegnato.

Sono sempre così, parlo di grandi sentimenti riferiti a persone che nemmeno so chi siano. Sarà l'anima da poeta che ho dentro.
Non avrei dovuto studiare tutti quei romanzi e quelle poesie. Mi ci ficco sempre fino al collo. Troppa fantasia che dilaga. Potrei sfruttarla meglio, invece di immaginarmi sguardi e sorrisi. Dio che sorriso perfetto ha Christian. Denti splendenti. Per un certo verso mi ricorda James Franco, anche se una perfezione simile è difficile da trovare.

Io in condizioni a dir poco oscene oggi pomeriggio, e lui radiante di luce propria. La vita è proprio ingiusta.
Almeno mi ha vista ridere tutto il tempo, visto che i monologhi della Littizzetto sono esilaranti. Anche se ho riso troppo, e da sola.
C'è sempre del buono e del marcio. Come in Danimarca.


11.aprile.2012

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